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OSTEOPOROSI. OGGI SI INDIVIDUA PRECOCEMENTE

Intervenire prima che la malattia dell’oteoporosi sia conclamata è la possibilità futura garantita dagli studi dei ricercatori dell’Istituto di Tecnologie Biomediche (ITB) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) di Milano, nell’ambito di un progetto in collaborazione con l’Università di Edimburgo (professor S. Ralston) e con l’Università de L’Aquila (professor A. Teti).

Ricercatori italiani hanno isolato nuovi marker molecolari con cui sarà possibile identificare i gruppi di persone a rischio osteoporosi e intervenire con misure legate allo stile di vita o con terapie farmacologiche.

L’osteoporosi è una complessa malattia dipendente sia da fattori genetici, che ambientali, in altre parole, dallo stile di vita. La patologia, che mette chi ne soffre a rischio di serie fratture ossee, colpisce prevalentemente le persone anziane e interessa soprattutto le donne dopo la menopausa, ma non risparmia gli uomini che hanno le ossa sempre più fragili. La spesa complessiva di decine di milioni di euro annue e, in primis, le sofferenze umane di questa patologia, sono così rilevanti che recentemente l’Unione Europea ha catalogato l’osteoporosi tra le malattie da combattere con priorità assoluta.

L’équipe italiana ha identificato alcuni marker genetici associati a questa malattia.

“Abbiamo preso in esame 1077 donne in post-menopausa", ha spiegato Paolo Vezzoni dell’ITB-CNR, "di cui abbiamo analizzato il gene ClCN7, importante nella fisiologia degli osteoclasti (le cellule che riassorbono l’osso e che quindi contribuiscono alla sua demineralizzazione e al suo indebolimento) e che è coinvolto in un’altra malattia dell’osso, l’osteopetrosi”. Con questi esami genetici gli esperti hanno individuato alcune mutazioni (polimorfismi) del gene ClCN7 che sono presenti solamente in una parte della popolazione. Si tratta di piccole variazioni del DNA che possono alterare la funzione di tale gene.

I ricercatori hanno correlato questi polimorfismi con la densità ossea, che è un classico indicatore dello stato di mineralizzazione dell’osso e quindi del rischio di osteoporosi. Si è evidenziato che alcuni di questi polimorfismi sono di gran lunga più frequenti tra i malati, a dimostrazione del fatto che sono in parte responsabili della predisposizione all’osteoporosi.

La scoperta potrebbe portare a una nuova classe di farmaci che modifichino la funzione di questo gene, farmaci che gli esperti auspicano di sviluppare per prevenire la malattia. Ma, se per arrivare a farmaci di questo tipo ci vorrà più tempo, con i nuovi marcatori della malattia si potranno individuare persone a rischio e adottare facili soluzioni per contrastarne la predisposizione ad ammalarsi. In altre parole, scoperto il rischio individuale, si inserirà il paziente in programmi educativi anti-osteoporosi, puntando l’attenzione soprattutto su dieta, attività fisica, esposizione al sole.

FONTE: Il Pensiero Scientifico

 

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